Patti e regole per le pensioni all’ estero – Ai fini previdenziali vanno sommati i periodi di lavoro in Italia e oltreconfine

Trasferirsi e lavorare all’ estero non costituisce un problema ai fini pensionistici. L’ Italia ha stipulato con alcuni Paesi verso i quali l’ emigrazione è stata più forte una serie di convenzioni volte a estendere ai propri cittadini fuori dai confini le stesse garanzie in materia previdenziale previsti nel nostro Paese. Gli accordi si basano sul principio di reciprocità, nel senso che c’ è parità di trattamento sia per l’ italiano all’ estero sia per lo straniero in Italia. I Paesi con i quali sono in atto convenzioni in materia di sicurezza sociale sono, oltre a quelli dell’ Unione europea (compresi Islanda, Liechtenstein, Norvegia, Austria, Finlandia e Svezia), Argentina, Australia, Brasile, Canada, Isole di Capo Verde, Jersey e Isole del Canale, Croazia e Slovenia, Principato di Monaco, Repubblica di San Marino, Stati Uniti d’ America, Tunisia, Turchia, Uruguay, Venezuela e Svizzera. Gli accordi, in sostanza, hanno lo scopo di garantire una pensione al lavoratore, italiano o straniero, che abbia prestato la sua attività presso uno o più stati, anche quando non abbia raggiunto, in ognuno di questi, i requisiti minimi per ottenerla. La possibilità di sommare i periodi contributivi italiani ed esteri, per accertare il diritto alla pensione, si chiama tecnicamente «totalizzazione». Questo perché non vi è un vero e proprio trasferimento della contribuzione da un Paese all’ altro (fatta eccezione della convenzione con la Svizzera), ma solo il cumulo “virtuale” dei periodi, ai soli fini del diritto e non anche della misura della pensione. Ed ecco i calcoli: l’ emigrato può maturare la pensione nazionale anche in maniera autonoma, senza cioè ricorrere alla totalizzazione. Quando però il diritto si raggiunge sommando i contributi versati in altri Paesi, il calcolo della quota italiana viene effettuato con il sistema «pro-rata», viene cioè determinato in proporzione ai soli periodi effettivamente versati all’ Inps. La contribuzione versata all’ estero (cumulata solo virtualmente a quella italiana per determinare il diritto alla prestazione) dev’ essere utilizzata secondo le regole stabilite dal Paese straniero. Un esempio: un lavoratore che ha versato in Italia 14 anni di contributi e in Argentina 12 anni, senza totalizzazione non avrebbe diritto alla pensione italiana, in quanto non raggiunge il requisito contributivo minimo. L’ Inps però gli liquida ugualmente la rendita, poiché complessivamente sono stati versati 26 anni. Ovviamente la pensione viene calcolata solo sui 14 anni di contributi versati in Italia. Successivamente l’ Argentina liquiderà la sua quota, sulla base dei 12 anni, secondo la propria legislazione. Il lavoratore può decidere se presentare la richiesta di pensione a un solo Stato o in tutti gli stati presso cui ha lavorato. I moduli di domanda sono bilingui e a essi devono essere allegati i documenti anagrafici e tutto ciò che possa attestare l’ attività lavorativa svolta all’ estero. La maggior parte delle convenzioni internazionali in materia fiscale prevede la tassazione nel Paese di residenza.

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