“Fare pace”: la diplomazia della speranza cristiana di Sant’Egidio

Dodici storie di pace o di ricerca della pace, dal Mozambico con l’accordo firmato a Roma nel 1992, fino al Centrafrica, l’ultima  e forse più complicata mediazione della Comunità di Sant’Egidio, con ‘intesa del giugno 2017 che ancora deve essere rispettata dai 14 gruppi armati del Paese. Passando per il Burundi e l’Albania, la Costa d’Avorio e il Kosovo, fino alle diplomazie contro l’Aids e la pena di morte. Sono i dodici saggi che compongono le oltre 400 pagine di “Fare pace. La diplomazia di Sant’Egidio”, Edizioni San Paolo,  curato da Roberto Morozzo della Rocca.

Il volume esce in occasione dei 50 anni della Comunità fondata il 7 febbraio 1968 da Andrea Riccardi, con testi curati dai protagonisti di quelle mediazioni di pace, dallo stesso Morozzo della Rocca, oggi docente di Storia contemporanea all’Università Roma Tre, a Mario Giro, viceministro degli Affari esteri, dal presidente di Sant’Egidio Marco Impagliazzo a don Angelo Romano, oggi rettore della Basilica di San Bartolomeo all’Isola. Nell’introduzione, Andrea Riccardi ricorda che Sant’Egidio, una comunità cristiana che si è affermata nel tempo  come “soggetto internazionale” che agisce su diversi quadranti del mondo, ha saputo collaborare con governi e organizzazioni internazionali, ma prendendo le proprie decisioni in modo libero, guardando solo all’interesse di pace dei popoli. Con le “armi” del dialogo, dell’incontro, della mediazione, del negoziato e infine dell’accordo.

Al curatore Roberto Morozzo della Rocca abbiamo chiesto se si può parlare di un metodo diplomatico di Sant’Egidio.

R – Diciamo che non è diplomatico, ma un metodo c’è, ed è quello di Papa Giovanni XXIII, che diceva “bisogna cercare quello che unisce e mettere da parte quello che divide”. In effetti, in tutte le situazioni di conflitto, Sant’Egidio ha cercato di valorizzare ciò che unisce, ciò che avvicina, ciò che rende possibile il dialogo anche tra nemici, ciò che essi possono avere di comune, fosse anche soltanto il bene della popolazione, il bene della nazione.

D – Qualcuno dice che segreto forse è quello di non essere legati ad un interesse nazionale, ma solo all’interesse di pace del popolo colpito dalla guerra…

R – E’ da lì che si parte, dal fatto che ci sono vittime, che c’è sofferenza, dal fatto che la vita normale è impossibile con la guerra. Ricordo  che all’inizio per esempio in Mozambico  Sant’Egidio mandava aiuti umanitari, ma c’era la guerra, che vanificava ogni tipo di sostegno alla popolazione. Si è cercato per questo di sanare la piaga della guerra, che è la madre di tutte le povertà. Indubbiamente il discorso del popolo che soffre è quello che sta alla base.

D – Alcuni diplomatici hanno lodato la capacità di Sant’Egidio, attraverso amicizia, dialogo e flessibilità, di forzare i blocchi interni ai vari paesi per far prevalere la pace.

R – In genere ci sono situazioni incancrenite che è difficile far evolvere, e per questo occorre molto tempo. Tempo per parlare, per incontrare, per fare incontrare, per mediare. Ci sono paci che sono venute dopo due o tre anni, e situazioni in cui si lavora da tanti anni. Penso al Centrafrica di oggi, è una vicenda in cui Sant’Egidio lavora da 8 anni, con contatti ancora precedenti, agli anni Duemila. Quando si trovano guerre civili con 14 gruppi combattenti come oggi in Centrafrica, non è che mettendo d’accordo soltanto due parti si può arrivare alla pace. Occorre che tutti i 14 gruppi, in questo caso, arrivino a deporre le armi. Non è facile, c’è sempre qualcuno che più degli altri vuole continuare a combattere. Ogni guerra è un caso a parte.

Quella in Mozambico era se vogliamo relativamente facile da comporre perché c’erano soltanto due nemici, ma ideologicamente agli antipodi, e c’era molto odio. La crisi in Burundi per esempio, che Sant’ Egidio ha composto insieme al presidente Nyerere e a Nelson Mandela, nell’ultima fase, era una situazione intermedia, in cui c’era sia un conflitto etnico tra due parti, gli Hutu e i Tutsi, ma c’erano anche tanti partiti che andavano messi d’accordo. Quindi anche lì la mediazione è durata parecchi anni.

D – C’è una storia, una mediazione particolare, raccontata in questo libro che vuole ricordare?

R – Quello che mi ha più colpito in queste vicende è la trasformazione delle persone. Il fatto che dei guerriglieri diventino dei politici. Ricordo che, alla fine degli anni 80, nelle prime visite dei guerriglieri della Renamo, del Mozambico, qui a Roma, quando per esempio sentivano un elicottero della polizia, loro cercavano immediatamente riparo, un ricovero… Era un fatto istintivo di pensare che un elicottero significasse bombe, mitragliate e cose del genere. Poi a poco a poco abbiamo visto la trasformazione di questi guerriglieri, che erano soltanto con mentalità militare, in politici, quindi persone che trattavano, mediavano, ragionavano, calcolavano come tutti i politico, però capivano che stare attorno ad un tavolo forse era più fruttuoso che stare nella foresta a sparare.

D – Quindi si può definire Sant’Egidio “L’Onu di Trastevere”, o è solo una semplificazione giornalistica?

R – E’ stata una boutade di Igor Man, il giornalista della Stampa, che con molta fantasia ha definito Sant’Egidio in questo modo. Però tutto sommato è una definizione simpatica perché Glocal: un po’ globale, l’Onu e locale, Trastevere. C’è un po’ il piccolo e il grande insieme che è anche la storia di Sant’Egidio: quella di misurarsi su scenari grandi, però con risorse minime e più che altro con la speranza cristiana.

Link per ascoltare intervista: http://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2018-02/fare-pace–diplomazia-di-sant-egidio–libro-morozzo-della-rocca.html

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